INTERVISTE

“Guerre Stellari. Play!” in mostra a Treviso la collezione del piemontese Fabrizio Modina

ModinaÈ piemontese, e vive tra l’Astigiano e Torino, uno dei massimi collezionisti al mondo di toys fantascientifici: si chiama Fabrizio Modina, insegna allo Ied di Torino e ha selezionato, tra gli oltre 2000 pezzi della sua collezione privata, i 1200 oggetti tra action figures, gadget, giocattoli vintage, disegni di Ralph McQuarrie, spade laser esposti in questi giorni a Treviso per “Guerre Stellari. Play!” in occasione dell’uscita al cinema del nuovo capitolo di Star Wars “Il risveglio della Forza”.

Come si compone la sua collezione?
“Segue tre linee tematiche: oltre a Star Wars anche i supereroi americani dell’universo Marvel e DC e l’animazione giapponese, da Mazinga a Capitan Harlock. Sono moltissimi pezzi”.

E dove li conserva tutti?
“Normalmente in casa, ma lo spazio è quello che è. Per questo sono molto contento dell’occasione della mostra, che mi consente di valorizzare gran parte di questo materiale”.

Quando ha iniziato?
“Non riesco a identificare una data d’inizio. E’ stato un percorso fluido, da quando da bambino ho iniziato a giocare con i vari pezzi fino a collezionarli. Alcuni sono veramente oggi della mia infanzia”.

Ma quando ha iniziato a individuare in questi “giochi” un valore economico?
“Personalmente ricerco, acquisto e conservo questi oggetti per preservare un’epoca, per raccontarla. Tra i collezionisti che conosco io sono l’unico che ha deciso di mettere in mostra i suoi pezzi, e sono felice della condivisione. Da piccolo ero più geloso: quando ci giocavo avevo paura che i miei amici rompessero gli oggetti. Oggi ho il piacere di condividere questi pezzi con gli altri, perché trovo che siano talmente belli da meritare di essere visti da più persone possibili”.

Chewbacca Han Solo Stormtrooper Darth Vader droidi

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La dieta mediterranea, l’Expo 2015, l’Unesco: se ne parla con Giorgio Calabrese

GIORGIO CALABRESEIl segreto per essere sani e belli? Secondo il dietologo Giorgio Calabrese risiede in una dieta che sia al tempo stesso “equilibrata, conviviale, trasversale, duttile” e anche “etica, antropocentrica, allegra, francescana e soprattutto includente, in grado di comprendere tutti i tipi di alimenti senza alcuna esclusione”.
Riunire tutte queste caratteristiche in un solo regime alimentare sembrerebbe un’impresa ardua, ma a chi si avventura tra le pagine del libro “Dimagrire con la dieta mediterranea”, scritto a quattro mani con la moglie Caterina Calabrese e recentemente pubblicato con Cairo editore, lo specialista astigiano svela i segreti e i tanti benefici di uno stile di vita in grado di regalare il sogno del “bellessere”.
Professor Calabrese, quali sono i reali vantaggi di quella che lei chiama DM, dieta mediterranea?
“Insieme a mia moglie Caterina, laureata in Teologia e in Tecnologia alimentare, lo spieghiamo già nelle prime righe della premessa del libro: la dieta mediterranea vive di equilibrio e della bontà del Padreterno. Se un regime alimentare spinge su una sola direzione, per esempio a favore delle proteine, non si rispetta un’armonia alimentare né un’armonia ambientale. Invece grazie alla dieta mediterranea possiamo cibarci di tutti gli alimenti che il  buon Dio ci mette a disposizione, stando solo attenti a come li introduciamo nel nostro regime quotidiano. Mi spiego: non esiste un il “cibo spazzatura”, esiste il cibo ben cucinato e quello mal cucinato. Un uovo alla coque fa bene un uovo fritto fa male, la pasta con pomodoro, basilico e grana fa bene la pasta alla carbonara fa male. Mettiamo di tutto nella nostra dieta, ma organizziamo la nostra alimentazione in modo da essere onnivori e variare spesso”.Continua a leggere…

Nicola Norton, dall’Irlanda del Nord all’Astigiano: “Ho trovato il mio paradiso in terra”

nicola nortonNicola Norton vive da dieci anni in Italia. E’ originaria del’Irlanda del Nord, ma per tanti anni è vissuta a Londra. Lavorava come direttore di marketing nel settore telecomunicazioni. Poi la svolta di vita: oggi a Casalotto di Mombaruzzo, nell’Astigiano che guarda già all’Acquese, gestisce l’Hotel La Villa, uno dei più premiati relais d’Europa. Lei lo chiama “il mio piccolo boutique hotel”. Una scelta che ha condiviso con il marito Chris e le figlie Kelly e Gemma, 22 e 19 anni. Hanno vinto tanti premi: nel 2012 si è aggiudicato il prestigioso “Certificate of excellence” di Tripadvisor. Da allora il portale web lo ha inserito nella top ten dei migliori alberghi del mondo.

Buongiorno signora Norton, cosa ha spinto lei e suo marito a fare la scelta di vivere in Piemonte?
“E’ il più bel posto del mondo. Voi piemontesi non ve ne rendete conto: siete abituati al paesaggio e non ci fate più caso, ma gli stranieri restano senza fiato. E’ un paradiso. Prima io e mio marito Chris vivevamo a Londra dove la vita è frenetica, la testa è sempre impegnata, non hai mai un attimo di respiro. Qui ci sono il vino, il cibo, la natura, dei tempi più umani. Insomma è diventato il nostro paradiso”.

Cosa pensa dell’accoglienza dei piemontesi?
“Le Langhe hanno capito l’importanza del turismo, qui nel Monferrato siamo ancora indietro. Mettiamo una barriera al turismo, più che accoglierlo. Nel weekend è tutto chiuso: le cantine vinicole, i negozi, le enoteche. Bisogna capire che gli stranieri non possono andare ad AstiTeatro: non capiscono nulla. E poi loro sono qui per la bellezza della zona, per il cibo e il vino. A teatro ci vanno a casa loro. Mettiamocelo in testa. Potrebbero essere interessati a manifestazioni tradizionali come l’Assedio di Canelli ma facciamo solo pubblicità in italiano e nessuno lo sa”.Continua a leggere…

Chi sono e cosa vogliono i nuovi consumatori di vino brasiliani: intervista a Crebil Ferman

CREBIL FERMANDa più di 20 anni, Crebil Ferman importa vini in tutto il Brasile. La sua azienda, la Global Wine, è una delle più affermate ditte di importazione di Rio de Janeiro. La seconda della città per dimensioni di fatturato. Ci sono ancora molti spazi per il vino italiano sul mercato brasiliano. I consumi crescono accanto allo stile di vita. Occorre capire, però, chi sono e cosa vogliono i nuovi consumatori.

Signor Crebil, lei ha ormai una lunga esperienza sui consumi di vino in Brasile: chi sono oggi i nuovi consumatori?
“Sono almeno 30 milioni di persone: la nuova classe media che sta emergendo con la crescita economica del nostro Paese. Hanno uno stipendio medio di 1.200 euro, i giovani viaggiano e vengono in Europa: conoscono nuove culture e nuovi modi di bere e di mangiare. E’ inevitabile che cresca anche la richiesta di qualità nei loro consumi quotidiani”.

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“Dolcezza e azione”: il motto della presidente delle Donne del Vino Elena Martusciello

ELENA MARTUSCIELLO - DONNE DEL VINO @ISHOCKElena Martusciello è prima di tutto un’imprenditrice. Ha fondato l’azienda vitivinicola Grotta del Sole di Quarto, in Campania. Pioniera del recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni dei Campi Flegrei, noti sin dall’epoca romana . Ha contribuito alla nascita di tre doc della regione campana.  Con i suoi vini vuole parlare anche di emozione della cultura e della storia. Ha la fantasia, l’ironia e l’eleganza delle donne. Il suo motto: dolcezza e azione. Dal 2009, Elena è anche la presidente nazionale delle Donne del Vino. La prima eletta al Sud.Continua a leggere…

Il revival del bere miscelato: intervista a Simone Caporale, Artesian Bar del Langham Hotel Londra

simone caporaleSimone Caporale, stella del bartending internazionale, appartiene alla nuova generazione di barman e mixologist che ha contribuito al revival dei vermouth e dei vini aromatizzati. Dal 2010 lavora insieme ad Alex Kratena all’Artesian del Langham Hotel di Londra, ufficialmente il miglior bar al mondo secondo la classifica di Drinks International.

Che idea ti sei fatto del grande ritorno dei vini aromatizzati all’attenzione non solo degli addetti ai lavori? Su cosa si fonda questa tendenza?
“Questo ritorno è stato frutto di una forte rivalutazione da parte dei produttori italiani di questa splendida categoria, quella dei vini aromatizzati. Rappresentano uno stile nella storia del bere, non una moda passeggera. Come barman, posso dire che gli aromatizzati sono la colonna portante della maggior parte dei cocktail classici a ogni latitudine e in particolare le botaniche rappresentano al 100 per cento il territorio nazionale, dal Mediterraneo alle Alpi. Per questo l’interesse verso gli aromatizzati è così forte”.

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Il revival del bere miscelato: intervista ad Antonio Parlapiano del Jerry Thomas di Roma

antonio parlapianoGli “Speakeasy”, detti anche Blind Pig o Blind Tiger, erano dei bar clandestini americani in cui si servivano bevande alcoliche all’epoca del proibizionismo. In alcuni casi erano ricavati in zone nascoste dei grandi hotel o ristoranti di lusso nelle città maggiori, caratterizzati da un’offerta di prodotti di alta qualità e da una clientela formata da professionisti, industriali, politici e criminali (che spesso provvedevano al rifornimento dei locali stessi). In altri casi si trattava di piccoli scantinati, sottoscala o garage nei quali si serviva alcol prodotto dai cosiddetti “moonshiners”, distillatori clandestini, e alterato dai proprietari tramite l’utilizzo di sostanze chimiche e oli essenziali, il Bathtub Gin. Della riscoperta di questo fenomeno parliamo con Antonio Parlapiano del Jerry Thomas di Roma.

Come mai gli Speakeasy sono tornati in auge?
“Sebbene durante il Proibizionismo vi sia stata una forte regressione dell’arte della miscelazione, questi locali hanno affascinato i bartender attuali e una nuova generazione di imprenditori che hanno puntato a ricreare l’atmosfera dei roaring 20s. Oggi gli Speakeasy Style bar sono presenti in tutte le più importanti città del mondo: a New York (PDT, Employees Only, Death & Co.), Londra (Nightjar), Parigi (Candelaria), Roma (The Jerry Thomas Speakeasy), Milano (1930)”.

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Calabresi: “Il giornalismo ha ancora un senso forte se riesce a fare la differenza nella vita delle persone”

calab“Se il giornalista vuole che la sua professione sopravviva deve fare qualcosa di utile”: con questa “ricetta”, suggerita da Beppe Severgnini ad Asti nel primo incontro di Passepartout e articolata domenica sera da Mario Calabresi nel corso del suo intervento, si chiude l’edizione 2014 della rassegna organizzata dalla Biblioteca Astense attorno al “Sesto potere”.

Il direttore del quotidiano La Stampa, con sguardo semplice e chiaro, ha proposto una lettura delle attuali difficoltà dell’informazione (“Il concorrente vero di un giornale non è un altro giornale ma l’uso alternativo del tempo libero”) e ha tentato di dare una risposta che, sorpresa, non implica la creazione di un nuovo modello economico ma si basa interamente sui contenuti.

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Il menu dell’Ultima Cena e le “archeoricette”

CENACOLONaturalmente pane e vino, ma anche frutta e diversi piatti: vi siete mai chiesti da quali pietanze fosse composto il menu dell’Ultima Cena? Un gruppo di studiosi torinesi, divulgatori di “archeoricette” lo ha fatto. Nelle scorse settimane sono partiti alla volta di Israele e Palestina per indagare sulle abitudini alimentari di quella terra 2000 anni fa, studiando il caso del menu del Cenacolo, incrociando le informazioni delle diverse branche dell’archeologia e tentando di approfondire le conoscenze sull’arte culinaria del tempo di Gesù.

Ne abbiamo parlato con uno di loro, Generoso Urciuoli.

Come nasce l’esigenza di indagare sulle archeoricette?
“Archeoricette è un progetto di divulgazione scientifica ideato da un archeologo appassionato di archeologia della produzione e di divulgazione, che ha coinvolto, strada facendo, persone qualificate per costituire un gruppo di studio e un’associazione culturale. Il desiderio è quello di tentare  la ricostruzione dell’arte culinaria appartenente a ciascuna civiltà oggetto di indagine. L’arte culinaria e gastronomica diventa un modello per tentare di illustrare, al di là degli stereotipi o della conoscenza fornita dalla vulgata, una visione attendibile e coerente del mondo antico (mesopotamico, egizio, hittita, miceneo, minoico, persiano etrusco, etc)  in merito al cibo.  Vengono raccolti i dati forniti dalle diverse branche dell’archeologia e viene formulata l’ipotesi che l’arte culinaria e gastronomica esistesse già con una sua struttura all’interno della quale ogni elemento definisce il proprio significato, con la possibilità di analizzarlo e riconoscerlo”.

Quali sono i misteri attorno al Cenacolo?
“Misteri tanti, ma soprattutto tanti interrogativi a cui voler dare delle risposte. Il tutto legato al cibo e a quello che circonda il cibo. Il primo punto è quello di ricostruire ciò che poteva essere transitato su quella tavola. Ma non solo cibo: a noi interessava e interessa studiare il materiale che avrebbero potuto usare per realizzare quella cena (dalle pentole alle stoviglie), la disposizione degli apostoli intorno a quella tavola, le modalità in cui si svolse e anche dove quella cena si consumò: se avvenne, dove avvenne? Noi abbiamo seguito una traccia…”

E cosa avete scoperto nel corso del vostro viaggio?
“Più che scoprire elementi nuovi, abbiamo avuto la fortuna di trovare tante conferme e questo ci ha dato ancora più energia. Come si può immaginare, la mole di materiale, di documenti, di dati da intrecciare è immena. Il mio entusiasmo e quello della collega archeologa Marta Berogno è altissimo”.

Che direzioni prenderà adesso la vostra ricerca?
“Adesso ci aspetta la stesura del libro. Dopo lo studio a tavolino,  la verifica sul campo, adesso si torna a raccolgiere le idee e mettere tutto nero su bianco. Si sono fatti avanti diversi editori interessati a questo progetto, ne siamo felici. Utilizzeremo come espediente letterario la ricostuzioni di altri due momenti conviviali presenti nel Vangelo – le Nozze di Cana e il Banchetto di Erode – che ci consentiranno di assemblare il quadro delle abitudini alimentari della Palestina tra il I a.C e il I d.C, in modo tale da contestualizzare al meglio l’Ultima Cena”.

Intervista a Pierre Godé: brand, awareness e contraffazione

Pierre GodéPierre Godé è il vice presidente di LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton: un colosso con 77 mila dipendenti che controlla 68 tra i più prestigiosi brand al mondo. Moët et Chandon, ma anche Veuve Clicquot, Château d’Yquem, Numanthia. E’ stato ospite ad Alba per il Boroli Wine Festival 2014.

Monsieur Godé, lei è un esperto di beni di lusso: come accade che un brand diventi tale  per il consumatore?
“Il marchio, ossia il brand, è un mezzo per presentare un prodotto: diventa valore nel momento in cui viene riconosciuto dal consumatore come unico, affascinante e di grande qualità. Il problema viene dopo, quando il marchio è riconosciuto: a questo punto, deve essere protetto”.

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