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Le 70 vendemmie di Anna Bardone

ANNA_BARDONESAN MARZANO OLIVETO – Solo due gesti la rilassano: guidare e fare la soma d’aj. E dovesse dire un rimpianto, è di non essere diventata una campionessa di rally.

Anna Bardone sa di stupire chi l’ascolta. Appoggia una mano sul cuore, quasi cercasse l’approvazione di quel defibrillatore che sta là sotto.

“Sono malata di cuore, ma mi sono sempre detta che prima o poi sarei salita su un’auto da rally. I miei figli non volevano, ma ho fatto di testa mia”. Sorride. “E oggi, a 70 anni, so di aver fatto tutto quel che volevo”. Tempra contadina, Anna ha origini cuneesi.

Nata a Borgo San Dalmazzo, il 21 febbraio del 1942, e cresciuta a Bosia, piccolo borgo della Valle Belbo che odora di plin e balon.

Da signorina, di cognome, faceva Torrero. Oggi nessuno se ne ricorda più. Per tutti è Anna Bardone. La chef del ristorante “Del Belbo da Bardon”.

Oggi festeggia settanta vendemmie. E fu a vendemmiare che arrivò in valle Asinari. “Avevo 15 anni e volevo comprarmi un cappotto”. Dalle vigne di San Marzano Oliveto, non se andrà più. Incontra l’amore. Giuseppino Bardone, un bel giovane di 25 anni, figlio dei locandieri del paese. All’epoca ristorante e bottega. Si sposano l’anno dopo. E subito le prime difficoltà. Giuseppino non va d’accordo con suo padre. Il vecchio Bardon vende il ristorante. “Riuscimmo a ricomprarlo all’inizio degli Anni 60 con i soldi di cinque vitelli e tanti debiti” sospira Anna. Cominciarono i rappresentanti e la mensa dell’Enel. Fece il passaparola e arrivarono i turisti. “Ho avuto due maestre, amiche e alleate: Lidia Alciati e Maria Lovisolo “Violetta””.  Di aneddoti curiosi ce ne sono tanti. Uno su tutti: “Un cliente voleva mangiare i salamini con la fonduta, ma io nel 1967 non sapevo cosa fosse la fonduta. Presi la ricetta dall’agenda che mi regalò la Banca di Nizza” confessa la chef.

O ancora “quella volta che il geometra Mandelli criticò, urlando in sala, un mio brasato”. Due piatti accompagnano i 50 anni di Anna Bardone ai fornelli: il plin e il minestrone di fagioli. Tradizione rispettata dai figli Gino e Andrea. Ancora non si sa cosa faranno la piccola Alice, 2 anni, e Annalisa, 16, ma la nipote più grande, Alessandra, vuol fare la cuoca. E diventar una grande, come la nonna.

“Violetta”, da 50 anni maestra di finanziera

VIOLETTASorride, in abito nero e filo di perle. Sembra un’altra senza quel suo «scusò» bianco. E’ la sua divisa da più di cinquant’anni.

Chi entra, l’abbraccia e riconosce quel suo odore buono, di antica cortesia. Maria Lovisolo saluta tutti con un cenno del capo. E’ emozionata. Oggi è la sua festa.

«Duecento stagioni di cucina», per dirla con l’ironia di Pier Ottavio Daniele.

«Violetta», com’è più conosciuta, ha scelto di brindare con le sue amiche cusinere e pochi intimi, tra cui il gastronomo Paolo Massobrio.

A tavola ci sono tutte, o quasi. Pina Fassi, Mariuccia Ferrero, Anna Bardone, Mariuccia Bologna, Ornella Cornero, Patrizia Ferretto, Emanuela Merli. Lei è stata un po’ la loro maestra. Di cucina e di vita. Iniziò sul finir degli Anni 50. Prima con la bottega della Valle San Giovanni, a Calamandrana. Poi, col ristorante.

All’inizio era «Da Livio». Così si chiamava il marito, Livio Lovisolo, discendente di una famiglia di costruttori di carri agricoli. I «Viuletta». Maria iniziò non giovanissima: «Quando morì mio suocero, ci trasferimmo a Torino. Poi tornammo e gli amici nicesi di Livio lo convinsero ad aprire una locanda. Io non volevo, ero spaventata. Dissi a mio marito: “Un ristorante non è mica come pelare una patata!”». Ma Livio aveva già deciso. Maria non andò a scuola. Imparò i segreti dalle cusinere, quelle donne che andavano nelle famiglie bene a preparar pranzi: «A far la finanziera m’insegno la signora Elvira. Aveva 70 anni».

E poi c’era la signora Gina. «Telefonavo anche all’avvocato Goria e lui mi consigliava». In cortile, due volte al mese, arrivava l’auto del rappresentante, un omone che regalava i palloncini colorati al piccolo Carlo. Era Guido Alciati. Quando aprì il ristorante di Costigliole prese l’idea della prenotazione obbligatoria da «Da Violetta».

Nel 1970, Livio s’ammalò. S’arrese dopo pochi mesi per un tumore. Aveva 46 anni. Maria si ritrovò sola con due figli e il ristorante da portare avanti: «Volevo chiudere, ma mia mamma Angela e mia cognata Agnese mi convinsero ad andare avanti». La figlia Loredana, sedicenne, si occupava degli acquisti e «andava per mercati sull’ape di papà senza patente». A undici anni Carlo cominciò a servire ai tavoli. Arrivò Vittorio, che pur di vedere Loredana lavava i piatti.

«E’ stata dura ma ce l’abbiamo fatta. Io sono stata anni senza sorridere. Poi è nata mia nipote Rossana». E altri sorrisi sono arrivati da bisnonna con Vittoria e Ginevra. Oggi Carlo cura la sala con la moglie Silvana. A maggio Maria compirà 82 anni, ma è ancora lei a mandare avanti la cucina: «Comincio a essere stanca, non ho più voglia di pensare ai piatti da fare, ma tornassi indietro rifarei la cuoca».